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09.04.2010
METALLIZED
TAKE YOUR TIME AND SHARE THE HARVEST

By Renato Zampieri "Renaz"
Rating: 92/100


Passo uno: ascoltare i Passo Uno. Non pago di averci proposto -a distanza di pochi mesi- l'ottimo Tartuffe, il trio nostrano si ripropone sul mercato con un nuovo, interessantissimo lavoro. In verità c'è un motivo molto semplice per cui la band è riuscita a portare alle stampe in così breve tempo questa nuova fatica discografica: Take Your Time And Share The Harvest è, a detta dello stesso chitarrista Stefano De Ponti:

«una compilation di soundscapes improvvisati e canzoni scritte tra il 2002 e il 2008 in collaborazione con alcune persone a me vicine.
Dal momento in cui questo progetto si sta sviluppando e evolvendo, ho sentito la necessità di fermare questi momenti musicali, nati spontaneamente grazie a differenti relazioni umane che si possono definire ben più che "funzionanti".
È per questa ragione che ho intenzionalmente scelto delle registrazioni “grezze” con piccole imperfezioni nell'esecuzione.»


Credo che questa presentazione valga più di mille parole: Take Your Time And Share The Harvest si pone come un distillato di passione, un album di ricordi toccanti sviluppato nell'arco di sei anni ed impressi su nastro con la forza dell'istintività, senza filtri di nessun tipo; di conseguenza, il sound di questo album, oltre ad essere minimalista come si conviene alla tradizione Passo Uno, risulta anche estremamente diretto e sincero, ai limiti del brutale. Inoltre, il fatto di essere in presenza di una sorta di compilation ribalta completamente il senso del concept a cui il trio ci aveva abituati: non più un'idea di fondo (o un'immagine in movimento, come nel caso di Tartuffe) ma un sentimento di fondo, vale a dire l'affinità e l'empatia che scorrevano tra gli strumentisti durante le session. Io credo che sia questo il modo giusto (l'unico modo!) di interpretare il disco.
Considerarlo come un mero collage di brani ripescati dal passato ne svilirebbe non solo il contenuto, ma anche il "metacontenuto", vale a dire l'esperienza soggettiva del contenuto: insomma, comprendere che questo disco è un distillato di musica è importante (ma non essenziale) per valutarlo fino in fondo.

Quello che dovrete fare, ascoltando brani eccellenti come Contagio o Cold, è prendere coscienza di avere nello stereo una serie di note passate più volte al setaccio fino ad ottenerne l'essenza, oro e brillanti per i vostri dotti uditivi, fulgida luce di un mattino d'inverno, fredda e pura. L'uso delle chitarre è semplice eppure efficace, con un ritorno ricorsivo alla tonica senza nessuna risoluzione traumatica, sempre in maniera serena e compassata: sembra quasi di vederle, le note, ascendere verso l'empireo dopo una vita di fatiche e scale modali abbandonate chissà dove, in qualche progetto jazz o post rock parallelo.

Spesso parlando di ambient et similia utilizzo un paragone preso in prestito dall'arte visuale, quello della pittura materica; ebbene, in questo caso dovrei invece ripiegare su di un concetto caro a Mirò, quello dell'organicità dell'arte, contrapposto all'inorganicità. I nugoli di note brillanti e melliflue sprigionate dagli strumenti dei Passo Uno e dalle voci di Pierre Yves Vanderveck e Mara Martinoli appaiono piatti e nudi da lontano, ma visti al microscopio svelano un cosmo tutto in movimento, a prima vista così insignificante, ma in ultima analisi capace di smuovere l'animo di chiunque, se preso nel modo giusto, vibrante di vita e passione cocente.

Passo uno: ascoltare i Passo Uno. Passo due: acquistare il disco.